storia della fotografia

Henri Cartier-Bresson. L’eternità in un attimo

Henri Cartier-Bresson, fotografato da George Hoyningen-Huene nel 1935

Lo scopo di questa rubrica, come già anticipato nel primo articolo, è quello di studiare e scoprire, insieme a voi, il lavoro e la vita dei grandi fotografi, osservare le loro fotografie, cercare di immagazzinare tutte queste informazioni per prendere ispirazione ed arricchire il nostro bagaglio culturale.

Ho deciso di iniziare da Henri Cartier-Bresson, di cui, ammetto, conoscevo solo alcune fotografie, probabilmente le più famose. Della sua vita sapevo ben poco, se non che è uno dei fotografi più apprezzati e stimati del Novecento e fondatore della Magnum Photos.

Su Henri Cartier-Bresson esiste una bibliografia considerevole. Io ho consultato, principalmente, un libro a cura di Clement Chéroux e Julie Jones dal titolo Henri Cartier-Bresson. Vedere è tutto (Edizione Contrasto, 2017) da cui ho ripreso tutti i virgolettati che troverete in questo articolo. Questo libro, infatti, riunisce dodici interviste e conversazioni del grande fotografo realizzate tra il 1951 ed il 1998 ed offre l’occasione per capire e conoscere la persona e l’artista attraverso le sue stesse parole. Un vero tesoro. Ho consultato anche una raccolta di fotografie della collana Visionari. I geni della fotografia (Contrasto/ Roberto Koch Editore, 2020) e diverse fonti online (che troverete, ovviamente, nella sitografia) prima fra tutte il sito della Fondazione Henri Cartier-Bresson, creata nel 2000 dallo stesso Cartier-Bresson e da sua moglie Martine Franck, nata con l’intenzione di preservare i loro archivi fotografici e di creare uno spazio espositivo a supporto non solo di altri fotografi, ma anche di pittori e scultori.

Henri Cartier-Bresson nasce a Chanteloup nel 1908, da una ricca ed influente famiglia francese. Amante dell’avventura e “inorridito all’idea di lavorare nella impresa tessile di famiglia” (Popular Photography, maggio 1974) aveva sempre sognato di dipingere e con il benestare del padre, dopo aver frequentato il liceo Condorcet di Parigi, provò ad intraprendere la carriera di pittore, frequentando per due anni l’atelier del pittore André Lothe.

La pittura è la mia ossessione dal tempo in cui [Louise Cartier-Bresson], il mio ‘padre simbolico’, fratello di mio padre, che avevo conosciuto a cinque anni durante le feste natalizie dell’anno 1913, mi portava nel suo atelier. Lì vivevo in un’atmosfera pittorica, respiravo pittura. Uno degli amici di mio zio, allievo di Cormon, mi ha iniziato alla pittura a olio quando avevo dodici anni. Anche mio padre disegnava molto bene, ma desiderava che facessi carriera nell’industria tessile: dunque dovevo entrare all’HEC, la scuola di alti studi commerciali. Poi, sono stato bocciato tre volte al diploma e le ambizioni che aveva riposto in me sono andate in fumo. Più tardi dal 1927 al 1928 sono stato allievo di André Lothe. Lui mi ha insegnato l’ABC. […] Ho lasciato il suo atelier perché non volevo restare intrappolato nel suo spirito sistematico. Volevo rimettermi in questione, essere me stesso… con Rimbaud, Joyce e Lautréamont in tasca sono partito all’avventura e in Africa mi sono guadagnato la vita cacciando con la lampada ad acetilene. Ho dato un taglio netto. Volevo dire una cosa e poi, basta, inutile trascinarsi. Dipingere e cambiare il mondo per me contavano più di qualsiasi altra cosa.” (“Non entri nessuno che non conosca la geometria”, conversazione con Yves Bourde, Le Monde 5 settembre 1974)

Nel 1930 partì per l’Africa e trascorse un anno in Costa d’Avorio. È stato lì che ha visto per la prima volta un apparecchio fotografico in miniatura, in un piccolo emporio di Tabou, dove si era recato per conto di un certo Ginestiére, presso cui si era trasferito e con cui si guadagnava da vivere cacciando di notte caprioli, coccodrilli, facoceri, antilopi e scimmie.

“Ho comprato per Ginestiére un apparecchio fotografico minuscolo. Era una Krauss, un marchio francese che esiste tuttora, anche se da allora non ho più visto una macchina come quella.  Ero entusiasta e sbalordito di quell’invenzione. Ho subito scattato qualche foto. Ma poi ho avuto complicazioni dovute alla malaria, con ematuria biliosa e mi sono ammalato gravemente. Sono andato verso il Nord [della Costa d’Avorio] lungo la frontiera con la Liberia, con due portatori e le mie casse di libri. Una vecchia e grossa donna nera che parlava un po’ di inglese mi ha detto che mi avrebbe guarito dalla febbre. Mi ha preparato un miscuglio a base di radici, semi ed erbe. Sono rimasto da lei per cinque mesi. Ha finito per guarirmi. In quel periodo non dipingevo. Mi limitavo a leggere e andare a caccia e non scattavo quasi mai. Le fotografie che avevo fatto erano macchiate a causa dell’umidità che era entrata nell’apparecchio. Dopo un anno in Africa, sono tornato a Parigi. La malattia mi aveva molto indebolito, quindi sono partito per Marsiglia per andare a riposarmi. L’ho scelta per il clima più mite. Prima di partire, sono passato da Tiranty (il distributore della Leica a Parigi) e ho comprato la mia prima Leica. Mi è costata molto cara. Avevo chiesto i soldi in prestito a mio padre perché era importante che avessi quella macchina. Avevo cominciato a perdere l’interesse per la pittura. Ho vissuto a Marsiglia senza mai separarmi dalla mia Leica, e non facevo che andarmene in giro, guardare e camminare per tutto il giorno. (“La fotografia è difficile”, intervista di Richard L. Simon, ca. 1952)

Negli anni successivi viaggiò per l’Europa e nel 1932 realizzò la sua prima mostra alla galleria Julien Levy di New York, che raccoglieva le prime foto scattate in Francia.

FRANCE. The Var department. Hyéres. 1932. Magnum Photos

Questa è una delle fotografie  più famose di Cartier-Bresson. Fu scattata nel 1932 durante una vacanza a Hyères, in Costa Azzurra. Durante una passeggiata, si è posizionato in cima alle scale e ha aspettato che succedesse qualcosa. Può essere considerata un esempio del concetto di “esplosivo fisso”, che il curatore Clément Chéroux descrive come “qualcosa che è contemporaneamente in movimento e in quiete … Cartier-Bresson amava il movimento che metteva in moto le linee e stimolava le composizioni. Spesso introduceva soggetti mobili nelle sue composizioni … Premendo il pulsante di scatto della sua Leica, interrompeva il movimento, ma allo stesso tempo riusciva a produrre immagini che, attraverso la loro inquadratura, composizione e ritmo, conservavano ancora il dinamismo dell’azione. Secondo il principio della sintesi dialettica, sono quindi contemporaneamente in movimento e in quiete: fisso-esplosivo.” (Chéroux 2014, Henri Cartier-Bresson: Here and Now)

Dopo aver passato un anno in Messico, dove era arrivato al seguito di una spedizione etnografica, si trasferì a New York e qui iniziò ad interessarsi al cinema grazie a Paul Strand e al gruppo di cineasti impegnati Nykino. Così, quando tornò a Parigi, iniziò a lavorare come assistente alla regia di Jean Renoir e negli anni successivi, durante la Guerra Civile spagnola, realizzò alcuni documentari, come ad esempio Victoire de la vie (1937) un documentario sugli ospedali della Spagna repubblicana commissionato da un’associazione di medici per raccogliere fondi per gli ospedali e ancora, sempre nello stesso anno, With the Abraham Lincoln Brigade, sulla vita dei soldati americani durante la guerra.

Nel 1940, durante la Seconda guerra mondiale, fu fatto prigioniero dai tedeschi e dopo tre anni e due tentativi falliti, riuscì ad evadere dal campo di prigionia. Subito dopo, si unì ad una organizzazione segreta che aiutava prigionieri di guerra e rifugiati. Nel frattempo, su commissione delle Edizioni Braun, realizzò diversi ritratti di scrittori e artisti, tra cui Matisse, Picasso, Braque, Bonnard, Claudel, Rouault, e nel 1945 girò il documentario Le Retour, sul rimpatrio dei prigionieri di guerra e i detenuti. 

FRANCE. French painter Henri Matisse at his home, villa “Le Reve”, 1944. Magnum Photos

Per me fare un ritratto è la cosa più difficile, è un punto interrogativo poggiato su qualcuno

I ritratti di Cartier-Bresson hanno la caratteristica di essere spesso ambientati, strutturati secondo una composizione ben precisa. Le fotografie non sono mai posate e raramente i soggetti ritratti guardano in camera. Questa foto di Matisse risale al 1944, quando il pittore, ormai ultrasettantenne, era costretto su una sedia a rotelle, dopo un intervento chirurgico eseguito tre anni prima. E’ intento a ritrarre una colomba, che stringe nella mano sinistra, mentre con la destra disegna, sembra quasi che sia solo. “L’esterno (o l’Interno) in cui il mio soggetto vive e agisce mi serve come scenario significativo. Mi servo di questo scenario per collocarvi i miei attori, per dar loro risalto, trattarli con il rispetto che meritano.E il mio modo di agire è basato su questo rispetto, che è anche un rispetto della realtà: non fare rumore, evitare qualsiasi ostentazione personale, essere, per quanto mi riesce, invisibile, evitare di predisporre o mettere in scena, limitarsi a esserci, avvicinarsi pian piano, a passo felpato, per non smuovere le acque…”

Finita la guerra, Cartier-Bresson tornò negli Stati Uniti, dove collaborò con la rivista Harper’s Bazaar, che gli commissionò foto di artisti e scrittori.

Ma l’anno di svolta fu il 1947, quando il Moma di New York gli dedicò la sua prima personale con la mostra “Photographs by Henri Cartier-Bresson”, ma soprattutto, quando Henri Cartier-Bresson, insieme a Robert Capa, David Seymour, Maria Eisner, William Vandivert e George Rodger, fondò l’agenzia Magnum Photos, tuttora una delle principali agenzie fotogiornalistiche del mondo.

In un’intervista del 1986, Gilles A. Tiberghien chiese a Cartier-Bresson come erano arrivati a prendere la decisione di fondare l’agenzia:

O stavi agli ordini di una rivista, oppure creavi una società tua che ridistribuisse le immagini alle riviste. Per noi era diventata una necessità. Chim [David Seymour] mi ha presentato Capa e Maria Eisner, una giovane ebrea che era fuggita dalla Germania e aveva una piccola agenzia: Alliance Photo. Avremmo affidato a lei le nostre stampe. Ma bisognava fare presto e con i nostri mezzi non era sempre possibile. L’incoronazione del re di Inghilterra, l’abbiamo sviluppata allo studio ma non siamo riusciti a vedere niente! Nel dopoguerra bisognava usare la Rolleiflex. Eravamo delle frane con le nostre Leica!

Cos’era cambiato?

Il mondo! E al cambiamento bisognava adattarsi. Con Chim ci dicevamo: “Faremo più fotografie estetiche”. Ho conservato lo stesso gusto della pittura, della forma, ma ho dovuto adattarlo. Capa mi ha detto: “Vai a documentare la decolonizzazione”. Ed io l’ho fatto. Capa aveva un talento organizzativo, Chim era il filosofo ed io avevo una visione estetica. Avevo l’occhio del pittore e la passione della pittura. Ma tutti e tre avevamo in comune il fatto di essere avventurosi – non avventurieri; nel termine “avventuroso” si conserva una certa etica. Insomma, prima della guerra, lavoricchiavo. Soltanto dopo sono diventato reporter. (“Il duro divertimento di fotografare”, conversazione con Gilles A. Tiberghien, 1986)

E lui del fotogiornalismo è stato un pioniere, ma non dimentichiamo che Henri Cartier-Bresson fu anche uno degli esponenti più importanti della Fotografia umanista, una corrente fotografica, prevalentemente francese, che poneva al centro delle proprie ricerche l’essere umano inserito nel suo contesto sociale.

Per Cartier-Bresson, infatti, il soggetto più importante è “l’uomo. L’uomo e la sua vita, così breve, così fragile, così minacciata. Grandi artisti come il mio amico [Edward] Weston, o come Paul Strand o [Ansel] Adams, che hanno un enorme talento, si dedicano all’elemento naturale, geologico, il paesaggio, i monumenti. Io, invece, mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo. I paesaggi sono eterni, io vado di fretta.” (“Un reporter… Henri Cartier-Bresson”, intervista con Daniel Masclet, Photo-France n.7 maggio 1951)

ITALY. Mater Carmeli. Scanno, Abruzzo,1951. Magnum Photos
Negli anni ’50 Henri Cartier-Bresson si trovò in Italia e fu affascinato da Scanno, un piccolo borgo medievale in provincia de L’Aquila, in Abruzzo. Qui ha documentato la vita della comunità, ritraendo donne e bambini tra i suggestivi scorci del paese, fatto di scale e scalette, viette e piccole piazze, testimoniando quindi una parte della cultura abruzzese. Henri Cartier-Bresson stesso riconobbe in Mater Carmeli, una delle sue fotografie più significative. In questa foto, appostato su una scalinata, immortala la quotidianità fatta di donne che portano il pane e bambini che giocano davanti alla chiesa della Madonna del Carmine.

Dopo la fondazione dell’agenzia Magnum, Capa persuase Cartier-Bresson ad abbandonare quel genere umanista di “fotografia di strada”, dal forte gusto per la composizione geometrica che lo aveva reso famoso. Lo aveva esortato, piuttosto, a dedicare i suoi sforzi artistici alla creazione di un nuovo tipo di immagini, più vicine al reportage.

Cartier-Bresson scelse di viaggiare in Oriente. Nel 1947 andò in India, per documentare il digiuno del Mahatma Gandhi, l’anno successivo in Cina, per seguire gli sviluppi politici prima e dopo l’insediamento di Mao, e ancora in Indonesia, dove si avviava il processo che porterà all’indipendenza.

INDIA. Delhi, Birla House. GANDHI’s body, 1948. Magnum Photos

Henri Cartier-Bresson incontrò il Mahatma Gandhi in più occasioni durante il suo viaggio ed il 30 gennaio del 1948 sarà l’ultima volta: il fotografo incontrò brevemente Gandhi circa un’ora prima che venisse assassinato. Nessun fotogiornalista era presente in quel momento. Il giorno seguente, Cartier-Bresson decise di provare ad avvicinarsi alla veglia funebre del Mahatma e nonostante fosse assolutamente vietato scattare foto, con la sua piccola Leica dall’obiettivo 35 millimetri, rigorosamente senza l’uso del flash, riuscì a catturare alcuni istanti unici e di straordinaria intimità. Era riuscito a catturare quell’ istante decisivo, quell’attimo fugace, ma dalla forte potenza espressiva, che diventerà fondamentale nel lavoro di Cartier- Bresson. Non a caso, “Images à la Sauvette”  il titolo del suo primo libro, uscito nel 1952: fotografie prese all’improvviso, di nascosto; venne tradotto dall’editore americano in The decisive moment. Un vero capolavoro, una sorta di libro sacro per i fotografi di reportage, nonché uno straordinario oggetto d’arte, grazie alla copertina disegnata da Matisse e con il titolo scritto a mano.

Negli anni successivi si dedica ad altri grandi viaggi, in Europa per la rivista Holiday; in Russia, dove fu il primo fotografo ammesso, nel 1954, dopo l’inizio della Guerra fredda; e poi di nuovo in Cina, Indonesia, Cuba, Messico, Canada, Giappone. Sul finire degli anni Sessanta, viaggiò un anno per la Francia per conto della rivista Reader’s Digest, da cui scaturì il libro “Vive la France”. Nel 1970 inaugurò anche la mostra “En France” al Gran Palais di Parigi.

Nei primi anni ’70, terminò la sua collaborazione con la Magnum Photos e abbandonò piano piano la fotografia per tornare ad una delle sue passioni, il disegno.

E’ stato sicuramente uno dei fotografi più influenti del XX secolo ed ancora oggi è di ispirazione ed esempio per tanti fotografi. La sua inseparabile macchina fotografica era per lui un diario in cui annotava tutto quello che faceva e vedeva. Era il suo sguardo, era vita. Non credeva di avere una missione o un messaggio, ma solo un punto di vista. E la fotografia era il mezzo di comunicazione perfetto, era una presa immediata sul mondo, una lotta costante contro la fugacità del tempo: ciò che scompare, scompare per sempre, ecco dunque che si tratta di cogliere quell’attimo, quel gesto unico, quel sorriso irripetibile. Allo stesso tempo, era molto attento alla composizione della foto. Aveva una passione per la geometria ed era convinto che il soggetto, in una bella disposizione di forme, avesse un impatto molto più forte. Ecco perchè non ritagliava mai le sue foto: per lui, una foto riuscita, non aveva bisogno di essere migliorata. 

Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.

Henri Cartier-Bresson
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